La morte del gruppo di turisti di Djatlov

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La notte del 2 febbraio 1959, nove escursionisti accampati nella parte settentrionale dei Monti Urali sono morti per cause rimaste sconosciute. La sciagura avvenne sulla parte orientale del Cholatčachl’ (montagna dei morti). Il passo, da allora, è stato rinominato “passo di Djatlov”, dal nome del capo della spedizione, Igor Djatlov.

Non essendoci alcun sopravvissuto, e quindi nessuna testimonianza oculare, la tragedia ha provocato la nascita di molte leggende e ipotesi per spiegare quanto accaduto. Dopo l’incidente la zona fu interdetta per tre anni a sciatori ed escursionisti. Lo svolgimento dei fatti resta tuttora non chiaro, un mistero irrisolto.

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Gli investigatori dell’epoca cercarono di ricostruire l’accaduto, stabilendo che gli escursionisti avevano lacerato la loro tenda dall’interno, correndo via a piedi nudi nella neve alta, con una temperatura esterna di circa −30 °C. I cadaveri non mostravano segni esteriori di lotta, anche se due delle vittime avevano il cranio fratturato, altre due le costole rotte e ad una addirittura mancava la lingua. Un altro fatto strano è che sui loro vestiti venne riscontrato un alto livello di radioattività.

La vicenda cominciò così: 10 ragazzi avevano formato un gruppo per intraprendere un’escursione con gli sci di fondo, tutti studenti o neolaureati dell’Istituto Politecnico degli Urali.

Il gruppo era composto da otto uomini e due donne: Igor Alekseevič Djatlov – capospedizione (23 anni), Zinaida Alekseevna Kolmogorova (22 anni), Ljudmila Aleksandrovna Dubinina (23 anni), Aleksandr Sergeevič Kolevatov (25 anni), Rustem Vladimirovič Slobodin (23 anni), Jurij Alekseevič Krivoniščenko (24 anni), Jurij Nikolaevič Dorošenko (21 anni), Nikolaj Vasil’evič Thibeaux-Brignolles (24 anni), Aleksandr Aleksandrovič Zolotarëv (38 anni) e Jurij Efimovič Judin (22 anni).

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Si erano prefissati l’obiettivo di raggiungere l’Otorten, un monte che si trova 10 chilometri più a nord rispetto al punto in cui avvenne l’incidente. Il percorso scelto, in quella stagione, era valutato di III categoria, ovvero la più difficile. Tutti i membri della spedizione avevano alle spalle molta esperienza, nonostante la giovane età.

Così i ragazzi arrivarono il 25 gennaio, in treno, a Ivdel’. Andarono fino a Vižaj – l’ultimo paesino abitato prima delle zone che intendevano esplorare – a bordo di un camion. Il 27 gennaio si misero in marcia verso l’Otorten. Il giorno dopo, Jurij Judin, fu costretto a tornare indietro a causa di un malanno e restarono in nove.

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I diari e le macchine fotografiche ritrovati attorno all’accampamento hanno reso possibile ricostruire il percorso fino al giorno precedente all’incidente. Il 31 gennaio il gruppo arrivò sul bordo di un altopiano e iniziò a prepararsi per la salita. In una valle boscosa lasciarono il cibo e l’equipaggiamento per il viaggio di ritorno. Il giorno dopo, il 1º febbraio, gli escursionisti cominciarono a percorrere il passo. Avevano progettato di valicarlo e accamparsi per la notte successiva dall’altro lato, ma a causa di una tempesta di neve la visibilità calò di molto e persero l’orientamento, deviando verso ovest. Quando capirono di essere fuori strada, decisero comunque di fermarsi e accamparsi dove si trovavano, date le condizioni climatiche, per aspettare che la tempesta passasse e la visibilità migliorasse.

I ragazzi avevano deciso di comune accordo che, non appena fossero rientrati a Vižaj, il capo spedizione avrebbe telegrafato alla loro associazione sportiva (doveva farlo circa quindici giorni dopo la partenza, il 12 febbraio).

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Trascorsa la data prestabilita, senza che fosse giunto alcun messaggio, nessuno si preoccupò in quanto un ritardo di qualche giorno in simili spedizioni era una cosa piuttosto usuale. Solo quando i parenti cominciarono a preoccuparsi, il capo dell’istituto mandò un primo gruppo di soccorso composto da studenti e insegnanti volontari: era il 20 febbraio. In seguito vennero coinvolti anche la polizia e l’esercito, ai quali fu ordinato di partecipare alle ricerche utilizzando aeroplani ed elicotteri.

Il 26 febbraio fu ritrovata la tenda abbandonata sul Cholatčachl’ ed era visibilmente danneggiata. Da lì si poteva seguire una serie di impronte che si dirigevano verso i boschi circostanti (sul lato opposto del passo), ma si facevano sempre più rade a causa delle nevicate seguenti. Sul limitare della foresta, la squadra di ricerca trovò i resti di un fuoco, insieme ai primi due corpi, quelli di Jurii Krivoniščenko e Jurij Dorošenko, entrambi scalzi e con indosso solo biancheria intima. Tra quel punto ed il campo furono ritrovati altri tre corpi – Djatlov, Zina Kolmogorova e Rustem Slobodin – e la loro posizione sembrava suggerire che stessero tentando di ritornare alla tenda. I corpi erano lontani l’uno dall’altro, rispettivamente alla distanza di 300, 480 e 630 metri dai resti del fuoco.

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I quattro escursionisti rimasti furono cercati per più di due mesi. Vennero ritrovati solo il 4 maggio, sepolti sotto un metro e mezzo di neve in una gola scavata da un torrente all’interno del bosco.

Dopo il ritrovamento dei primi cinque corpi partì immediatamente un’inchiesta legale. Un primo esame medico non trovò lesioni che avrebbero potuto condurre i cinque alla morte e si concluse così che fossero deceduti per ipotermia. Il corpo di Slobodin aveva una piccola frattura cranica, giudicata però non così grave da poter essere letale.

L’autopsia dei quattro corpi trovati nel mese di maggio, però, complicò il quadro della situazione: il corpo di Thibeaux-Brignolle aveva una grave frattura cranica e sia la Dubinina che Zolotarev avevano la cassa toracica gravemente fratturata. Secondo il dottor Vozrozhdenny la forza richiesta per provocare fratture simili era estremamente elevata. Inoltre i corpi non mostravano ferite esterne, come se fossero stati schiacciati da una elevatissima pressione e la donna era inoltre priva della lingua, di parte della mascella e degli occhi, ma sia i traumi che la perdita della lingua possono essere facilmente spiegati dal fatto che la gola dove vennero trovati i cadaveri era sufficientemente profonda per provocare danni di quell’entità in caso di caduta e l’intervallo di tempo trascorso tra la morte e il ritrovamento dei corpi aveva potuto favorire la decomposizione.

Anche se la temperatura era molto rigida, i corpi erano solo parzialmente vestiti. Alcuni avevano solo una scarpa, altri solo i calzini. La cosa potrebbe essere spiegata da un comportamento chiamato undressing paradossale, che si manifesta in molti dei morti per ipotermia. Il soggetto diventa disorientato, confuso e aggressivo, comincia a strapparsi i vestiti di dosso avvertendo una falsa sensazione di calore e finendo così per accelerare il congelamento. Visto che alcuni dei corpi vennero ritrovati con addosso vestiti strappati, che non erano i propri, si ipotizza che quelli morti dopo avessero preso gli abiti dagli amici già deceduti, così da potersi coprire meglio e cercare di sopravvivere.

La conclusione fu che i membri del gruppo erano tutti morti a causa di una irresistibile forza sconosciuta. L’inchiesta fu ufficialmente chiusa nel maggio 1959 per assenza di colpevoli. I fascicoli furono mandati in un archivio segreto e le fotocopie del caso, con alcune parti comunque mancanti, furono rese disponibili solo negli anni novanta.

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Ci furono molte polemiche e molti ancora sostengono che le indagini furono mal svolte ed il caso fu archiviato troppo in fretta, forse volutamente ignorato dalle autorità. L’allora dodicenne Yury Kuntsevich, in seguito capo della Fondazione Djatlov, partecipò al funerale degli escursionisti e riferì che la loro pelle aveva un’abbronzatura color bruno intenso (cosa non tanto strana, in ogni caso). Un’altra cosa mai spiegata è il fatto che i vestiti degli escursionisti avevano un alto livello di radioattività, ma la fonte della contaminazione non fu mai trovata. Alcuni resoconti dicono che nella zona si trovavano molti rottami di metallo, da lì l’ipotesi che portò a sospettare che l’esercito avesse utilizzato l’area per manovre segrete e potesse essere stato interessato a un insabbiamento della vicenda.

Nel 1967 lo scrittore e giornalista Yuri Yarovoi pubblicò il romanzo Al più alto livello di complessità, ispirato all’incidente. Yarovoi aveva partecipato sia alle ricerche del gruppo, sia all’inchiesta con il ruolo di fotografo ufficiale della campagna di ricerca. Il libro fu scritto in epoca sovietica, durante la quale i dettagli dell’incidente erano mantenuti segreti, e Yarovoi evitò quindi di aggiungere dettagli che andassero oltre le versioni ufficiali e i fatti noti. Alla morte di Yarovoi, avvenuta nel 1980, tutto il suo archivio, contenente foto, diari e manoscritti, è andato perduto.

Alcuni dettagli della tragedia sono stati resi pubblici nel 1990 in alcuni articoli. A Ekaterinburg è stata creata la Fondazione Djatlov. Lo scopo di questa è convincere le autorità russe a riaprire il caso.

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