Parole in Disordine | #2

«Certo che hai una fervida immaginazione» ride melliflua la voce. Vano cercare di trovarne la fonte: è ovunque, non è da nessuna parte, sembra vibrare nell’etere e allo stesso tempo risuonarmi nel cranio e nel petto. È cieca ai miei occhi, eppure quasi la percepisco ― una nube oscura che mi sovrasta e mi obnubila i sensi, un ferino sorriso da cacciatore e una forza contro cui non ho potere — quando con inflessione sadica e divertita mi chiede «Una dote del genere, e tu ti ci squarti il ventre?
Quale spreco.»

«È lei a dilaniare me, io non ne ho colpa — quella che tu chiami dote non è altro che una dannata maledizione!» destate dalle mie urla lacrime argentee offuscano ogni cosa, e disperata rincorro le mie percezioni, che confuse si perdono e si mescolano — Fantasia muove i miei fili, ma è corrotta da quella nube di morte, allucinogena, malata.
«Come puoi accusarmi del mio male tu, che ne sei l’unico carnefice?» la sofferenza mi danza in corpo, e sono veleno le parole che sputo, veleno l’ossigeno che respiro, tossico disgustoso variopinto veleno i miraggi di morte che dominano la mia visione. «Se potessi fermare quest’incubo, credi forse che non lo farei?»
Ma d’improvviso ecco che mi sfiora, e il suo tocco è brivido freddo e catarsi all’inverso, è contaminazione, è realizzazione.
«Io sono solo una nube incorporea» sussurra teatrale, quasi offesa, soffiandomi nell’orecchio
«Non posso brandire coltelli.»

Come illuminata dalle sue parole, adesso la vedo, la vedo, e non può essere una visione: crollo a terra, il fiato mozzato, mentre osservo la mia stessa mano, macchiata di sangue cangiante, estrarre il coltello per poi affondarlo ancora e ancora e ancora nello stomaco vorticante, in perfetta armonia con i miei ansimi di dolore.
Sbatto gli occhi ed è un tripudio di sangue, lo faccio di nuovo e sono farfalle dalle ali mozzate, e poi ragni e fiori appassiti e scheletri e incubi mai rivelati — assisto inerme a una successione di fotogrammi slegati, di allucinazioni psicotiche, di urla infernali, e tutto ciò cui riesco a pensare mentre la mia testa è penetrata e rosicchiata e lacerata è basta, basta, bas «Liberamene! Ti supplico, liberamene, distruggi questo coltello, ferma la mia mano, uccidimi se necessario!» ormai in ginocchio, striscio supplicante verso quella voce sconosciuta, verso la nube maledetta che si allontana ridendo — mia aguzzina, mia nemica, eppure unica mia compagna, sola anima capace di udire le mie preghiere ―, il corpo scosso da nuovi tremiti a ogni ennesimo affondo.

Quando credo d’averla raggiunta, però, il mio corpo si scontra col freddo vetro: s’infrangono su di me quattro pareti di specchi, e il gelo delle schegge che mi assalgono, dando infine pace alle membra ormai annichilite, è l’ultima sensazione che mi scuote prima di sprofondare nel nulla.

(paranoie, paure e ansie sono come coltelli)

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